Qualcosa di personale

La stella e la rosa

Mi chiamo Alessandro Bagagli e sono nato il 13 gennaio 1974. Da sempre, dunque, porto esattamente questo cognome: bagagli; proprio come le borse, i sacchi e le valigie – non sono però un grande viaggiatore. Per lo meno, non nel senso comune del termine. In ogni caso, il mio cognome, sulle prime, non ha mai destato più di tanto la mia curiosità; pur se gli amici stretti, i conoscenti disinvolti, e, in genere, chi entra in confidenza con me, prima o poi finisce per chiamarmi esattamente così: Bagagli! Talvolta, con qualche variante; e ce ne sono tante. Una, in particolare, è davvero bizzarra. 

 

Ho fatto il liceo classico. Ho conseguito la laurea magistrale in Giurisprudenza all'Università Federico II di Napoli; sono iscritto all'Ordine degli Avvocati presso il Foro della mia città: Napoli; ho preso la specializzazione in diritto penale alla Scuola Nazionale di Formazione Penalistica dell'Unione delle Camere Penali.

 

Sin da adolescente sono appassionato di letteratura; di giochi da tavolo; di videogame; di film; di fumetti; di serie tv. Quando nel 2022, assieme a mia moglie Viviana, ho visitato Casa Leopardi, in via Leopardi 14, a Recanati, oltre al fascino di muovere i passi in un'epoca trascorsa, che ritorna viva, racchiusa tra le vecchie mura; là dove un'anima straordinariamente sensibile ha dimorato guardando la siepe che non c'è più; e non tanto il colle; così che la siepe, oscurando la vista, ha fatto sì che l'occhio giungesse sino alla fine del tempo e dello spazio; ciò che mi ha più colpito - tra le migliaia di libri, i quadri, i dipinti fatti a mano da Giacomo e dai suoi fratelli – è stato che tra i giocattoli in vetrina, nell'ala sinistra del palazzo, al piano terra, ci fosse un caleidoscopio. Mi sono chiesto quante volte vi abbia posto dentro l'occhio il Poeta di cui oggi leggiamo i versi; che amiamo, che studiamo. Lui, appassionato di astronomia, come dell'epica classica. Non sappiamo se Giacomo sia mai stato affascinato dalle figure, dalle forme e dalle immagini, vedute attraverso gli specchi ed i frammenti di vetro.

Camminando nel palazzo, al piano superiore, affacciato ad una delle finestre, mi è parso però di intuire la volontà di viaggiare lontano. Di vivere altrove. Forse, di evadere. Del resto, i racconti e le fiabe sono anche questo: una fuga dalla morte, dal decadimento. La relazione sana del nostro animo con il mondo. Un sentimento che talvolta può essere espresso con un termine di cui si è spesso dibattuto, non sempre con accezioni positive: escapismo. Non tutti i giorni, ovviamente. Non sempre è necessario evadere. Solo quando occorre. E cosa avrebbe fatto il Poeta se fosse vissuto in questi anni di informazione e tecnologia, potendo infine accendere il caleidoscopio, vedendolo poi animarsi, io non so dire. Eppure, mi fa riflettere.

 

Non sono contro la tecnologia. Anzi, posso dire di aver speso parecchio (purtroppo per me!) in schermi scintillanti e schede video all'avanguardia con ventole plurime, memorie veloci, alimentatori potenti, dissipatori e paste di ogni tipo - in uno col raffreddamento ad acqua. Amo perdermi nel caleidoscopio: fatto di carta o di cartone; coi pupazzetti stondati; in ferro, in plastica, in resina; di pixel e silicio; stampati in due o più dimensioni. Nei mondi letti, cantati e recitati: per vacare La Soglia. E dopo tanti anni non mi sorprende che tra tutti i mezzi possibili, quello che ancora oggi, per la mia esperienza, affascina e catalizza, facendo porre da parte lavori, impegni, relazioni e fantasmi - sia narrare una storia e poterne decidere le trame. Con la matita. Col dado. Pertanto, non sono contro l'intelligenza artificiale: ritengo però che quando si tratti di avere a che fare con il logos; col pensiero; con la parola immaginata e scritta; l'uso della IA generativa diventi altro, che un mero supporto per esprimere le idee. La IA sovrascrive. Toglie e sostituisce l'anima. Il nostro stesso essere. Anche se per brevi tratti. Oppure per l'intero romanzo. Dunque, va benissimo. Purché si sappia.

 

Non ricordo quando è nata l'idea del progetto. Direi, da sempre. Certamente fino all'anno 1989 mettevo assieme più cose che vedevo e che mi affascinavano, provando poi a ridurre tutto ad un unico concetto, che però mancava; ad un solo genere: i film Krull, del 1983, e Labyrinth, del 1986; il fumetto Topolino e la Spada di Ghiaccio; Dragon's Lair, il videogame su laser disc (quanto avrei voluto averne una copia in camera!!!). C'era poi il gioco scritto in Basic da Alessandro Castellari per il Commodore 64: "Avventura" (per lo meno, in Italia, dalle mie parti, così si chiamava), ove si potevano assumere le vesti di un personaggio in un'ambientazione immaginaria: Thoralf il Guerriero, oppure di Rowena la maga; e si attendeva che giungesse poi la leggendaria carovana per Marrakech. Pertanto, fino all'estate del 1989, non sapevo come definire l'insieme di tutte queste cose. Pareva che vi fosse una coerenza di fondo; di scorgerne un profilo unico. Poi, durante la meravigliosa estate di quello stesso anno, ricevetti un dono. Non qualcosa di materiale. I miei amici si riunirono a casa del Toscano per giocare ad un gioco. Qualcosa di davvero particolare. Che non aveva mappe, né pedine – "le mappe sarebbero state troppo grandi!", spiegò il Toscano, mostrando quel che usciva dalla scatola. Eppure, persi il primo appuntamento. Era pomeriggio; facevo il pisolino! La volta dopo mi presentai puntuale al cancello. Scoprii Dungeons & Dragons. Assieme ai libri a cui il gioco stesso era maggiormente ispirato: Lo Hobbit ed Il Signore degli Anelli. Fui colto da una illuminazione; ed anche da una sorta di sindrome di Stendhal - se non proprio da quella. Non è per dire: il malessere l'ho sperimentato davvero. Dinanzi a certe pagine avvertivo una contrazione al petto. Essendo ipocondriaco già a quindici anni, pure mi preoccupai. Era troppo bello per essere vero: la voce che mi aveva sempre chiamato, adesso, aveva un nome. Da quel momento in avanti ci ho messo sei anni ad iniziare a giocare. Seriamente. Come Master. Durante le lezioni di greco scorgevo all'orizzonte un sole rosso che tramontava dietro ad una foresta di pini. Mi chiedevo: come tradurre in un'immagine reale quel che l'occhio della fantasia vedeva? I giocatori che sarebbero venuti, avrebbero preteso maggiore concretezza; non un racconto interattivo fatto a voce. Del resto, nelle TV di casa iniziava ad apparire la grafica vettoriale. Volevo dunque rendere verosimile l'esperienza; ciò che provavo: essere in piedi, con i capelli al vento, in cima ad una collina erbosa, mentre il nano e l'elfo stavano litigando, come al solito, sul modo di caricare i cavalli; mi rammaricavo che la tecnologia fosse rimasta ferma ai pixel e non potesse facilmente generare all'istante un intero mondo olografico. In quel caso la IA era un miraggio. Sarebbe stata la benvenuta! Pensai di tradurre tutto in materialità: in un programma scritto da me, in Basic; forse, in un nuovo videogame laser fatto con i disegni. Provai ad escogitare un gioco da tavolo con una plancia davvero estesissima. Al termine delle sperimentazioni, tornavo però sempre lì: al sole rosso che calava dietro alla foresta di pini. Le ombre si allungavano tra i tronchi d'albero ed iniziavo a scorgere una foschia tenue. Potevo udire lo stormire delle foglie. Il terzo occhio - l'occhio della mente - non accennava affatto chiudersi. Anzi. Si apriva di più.

 

Il progetto narrativo è iniziato nel 2003. Dopo un lungo periodo provai a trasporre in uno scritto teatrale le atmosfere di quel mondo che ogni giorno vivevo. Avrei voluto mettere in scena l'ambientazione ed i dialoghi. Non ce ne fu l'occasione. Né il tempo. La quotidianità, la vita di tutti i giorni, altre priorità, non per forza brutte e negative, imponevano che l'occhio si prendesse una pausa dallo scrutare; di tanto in tanto, che restasse cieco ed immobile. Nel 2013 scrissi la prima pagina del romanzo. Nel 2015 ho incontrato mia moglie ed è stato un colpo di fulmine: una sera, ad una festa. Vivana è la fonte di ispirazione. Soprattutto, lo sprone ad iniziare a scrivere veramente. Il 24 dicembre dello stesso anno morì mio padre. Fu un grandissimo dolore. Dal gennaio del 2016, fino al 2024, ho scritto quasi senza sosta. Un romanzo diviso in tre parti. Con un unico filo narrativo. I tre tomi, stavolta, sono troppo grandi per essere impaginati in un'unica rilegatura. Forse è un vantaggio. Hanno preso maggiore autonomia. Possono essere letti anche separatamente. Proprio in questi giorni mi sto dedicando alla prima delle tre parti: La Fondazione della Pietra – Il dado, la chiave e le fitte trame. Dal 2024 al 2026 ho trascorso moltissimo tempo a revisionare il manoscritto. Senza alcun uso di intelligenza artificiale. In nessun passaggio. 

 

Umberto Eco raccontava che un buon testo nasce dalla lunga sedimentazione. Prima si costruisce il mondo, poi la storia. La scrittura è soprattutto riscrittura. E' bello se un  romanzo contiene più strati, leggibili in modi diversi. L'ho sperimentato sulla mia pelle. All'inizio credevo che il paradiso dello scrittore fosse una stanza in cui il tempo si potesse fermare, così da potersi dedicare al libro in tutta tranquillità, senza rinunciare a niente della vita di tutti i giorni: amori, amicizie, relazioni, sentimenti, eventi, contatti, fatti, luci, temporali, passeggiate, chiacchierate e cene. Mentre si scrive, fuori alla finestra la vita prosegue. Speravo dunque di poter entrare nella bolla e poterci restare indisturbato per ore. Giornate intere. Senza dovermi mai fermare. Senza essere distratto. Nemmeno dalla mera costatazione che il piatto fosse sulla tavola da un bel pezzo – ed io no…! Ho imparato invece ad apprezzare proprio le interruzioni. Le continue distrazioni. Alzarsi dalla sedia con un'idea in testa; e, al ritrono, dopo ore, non trovarla più. Non come prima. Oppure, scorgerne solo una parte. Anche così si sedimentano le parole. Questo è il lavoro dell'agricoltore. L'albero e le foglie. Una pagina riletta dopo mesi può aprire a concetti nuovi. Ad intrecci che sulle prime non erano apparsi. La pagina può essere persino cancellata. Alterata nella sostanza. Ed è giusto che sia così: non tutto è buono. Non sempre si coglie il verso che corre. Il consiglio di Hemmingway: scrivere da ubriaco e correggere da sobrio – è dunque saggio.  

 

Umberto Eco. Ancora lui. Apprezzo il suo romanzo più famoso. Il modo articolato in cui scrive. Le lunghe didascalie. Lo ringrazio per aver citato Tolkien nelle Postille. Ovviamente, il Professore avrebbe gradito. Forse, però, se ne sarebbe uscito con qualche battuta in British humour (altra lingua che parlava benissimo), per via dell'accostamento posto da Eco nella stessa riga riguardo al romance: dal ciclo bretone alle storie di Tolkien - troppo vicini...! Eco sosteneva poi che bisogna costruire il lettore. Quando gli amici della casa editrice gli chiesero di alleggerire la prima parte de Il Nome della Rosa, lui rispose secco che proprio tra le righe che gli suggerivano di semplificare stava il colle da scalare per giungere al monastero, dove ci si sarebbe dovuti poi soffermare per ben sette giorni. Bisognava accettare il ritmo. Proprio come durante un'escursione in montagna. Le prime cento pagine avevano anche una funzione iniziatica. Non tutti ce l'avrebbero fatta. Chi non avesse avuto la forza di proseguire, si sarebbe inevitabilmente fermato alle falde della collina. Anche questo è da apprezzare: non ci si deve snaturare per compiacere. Oggi, forse, viviamo nella errata presunzione che tutto debba essere sempre gradito. Da persone diverse. In età differenti. Che provengono da esperienze molteplici e differenziate. Si cerca così di compiere il miracolo: di produrre un'opera genuina, profonda, intrigante, inclusiva, eticamente inattaccabile, rivolta allo sterminato pubblico da ingraziarsi; credendo di sapere cosa è commerciale, e cosa no. Non è discriminazione la mia: il libro è lì, sul tavolo. Anche in digitale; se non si sapesse leggere, ci sarebbero voci elettroniche, a farlo. Volendo, si può superare il limite. Scalare il colle. Ma non si è obbligati. Non credo che tutti abbiano letto le memorie di Adso. Sia chiaro, sono per la massima inclusività. In ogni campo. Eccetto quando si alterino le cose pur di includere a forza chi proprio vuole restarne fuori. Non si possono costringere le persone a leggere! Nemmeno un autore a scrivere diversamente. Un libro che non avvince, va presto chiuso. Regalato. Ci si potrà tornare successivamente. Così è in democrazia. Ragion per cui bisogna premiare chi segue invece il percorso e giunge fino alla fine. La fine di ogni cosa. Sino all'ultima pagina. Poiché non tutto è per tutti. Non tutti i libri saranno aperti. Non tutte le pagine voltate. Per questo, proprio come Eco insegna, è inutile alleggerire e rendere il cammino più agevole. L'importante è che il passo resti interessante ed avvincente. L'aspetto fondamentale è essere sinceri. Mettere se stesso in ciò che si scrive. Nel mio caso, è certamente così.

 

Numenor non è Numinor. Su questo il Professore è stato chiaro. Il suo vecchio amico e collega C.S. Lewis ha usato Numinor (con la "i") nelle opere da lui scritte, ed è stato forse un plagio. Tolkien scrive proprio così in una lettera del 31 dicembre 1960: plagio; che, in un certo senso, significa rubare; ed è diverso dall'udire una voce, un giorno: una parola, un suono; esserne ispirati; quando un termine fa scintillare l'immaginazione: èala Éarendel engla beorhtast, nel Crist I, attribuito al poeta medievale Cynewulf; per quel che mi riguarda: le fondamenta di pietra. In un'altra lettera del 5 gennaio 1961, il Professore sembra mostrare toni più concilianti. Non credo, però, abbia mai perdonato l'amico. Ah… gli amici! Il Professore ci è rimasto male. Del resto, non si fa: non si usurpa un nome! Il nome, talvolta, non è solo un nome. Può racchiudere nello scrigno un mondo intero. Concetti. Essenze. E chi non sa cosa vi sia dentro, trova la banale differenza di trasposizione: la "i" al posto della "e". C.S. Lewis aveva ascoltato Tolkien leggere tutto Il Signore degli Anelli, seppur a pezzetti. Il Professore tiene a puntualizzare anche questo aspetto: quanto e come l'opera ed il nome siano suoi; cita la fonte da cui Lewis ha tratto il termine, sbagliando la scrittura; non conoscendone l'etimologia: Lewis aveva udito Tolkien narrare. Non il contrario. Oggi lo sappiamo bene: Numenor è parte di Arda; è roba di Tolkien. Eppure, se le cose fossero andate diversamente; se il Libro non fosse mai stato pubblicato - il plagio sarebbe stato certamente perpetrato. Fortunatamente, Tolkien ha riscosso tutta l'eco che meritava (anche in campi differenti: stirando da punto a punto il saggio Dungeons And Dreamers, con cautela, in modo da non spezzarlo, si può giungere addirittura a sostenere che la fama della Terra di Mezzo, trasposta nel famosissimo gioco di ruolo, negli anni 80-90' ha migliorato la produzione delle schede video). Anche in questo caso, Umberto Eco può essere d'aiuto: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. Sviluppando il pensiero: poiché, infine, non restano che nomi nudi, prendere a prestito un nome, persino rubarlo, non potrà mai portare via ciò che di vero il nome racchiude; quel che resta custodito nello scrigno, nell'etimo, all'interno della sede originaria. Diverso è invece se nello scrigno tolto si ponga qualcosa di proprio, di genuino; non la mera copia sbiadita di qualcos'altro. Se si commette il furto, che nello scrigno si custodisca per lo meno qualcosa di bello; di originale; di scintillante. Immaginiamo: se altrove sorgesse una città nuova chiamata Roma - non sarà mai Roma! Proprio per la storia che la Città Eterna ha avuto nel suo luogo specifico. Tutto questo, un po', mi tranquillizza. Nel mio piccolo, sia per ragioni di copyright, che di archiviazione, proprio la tecnologia, l'informatica, viene ora in soccorso: se fossi posto dinanzi alla paura più grande: di una IA usurpatrice; personalmente, potrei adesso mostrare tutte le orme, la tracce, i molti passaggi, i ripensamenti, le revisioni, rigo per rigo, dello sviluppo e dell'evoluzione dell'intero progetto. In più di venti anni! Per gli scettici: con PEC inviate a me stesso sin dai primissimi istanti della stesura; letteralmente: non una, e nemmeno un paio: bensì, centinaia! Usate in luogo della funzione save. Oltre alle dovute registrazioni legali; alla pubblicazione; ai depositi, con bollo o senza; al timestamp; in Europa ed in America; alla SIAE; presso lo U.S. Copyright Office. Perdonate la debolezza: sono le ansie moderne. Di non essere più liberi di esprimersi. Ho sentito di gente che ha cambiato il testo per paura di essere giudicato male. Posso dunque guardare alla IA con benevolenza. Sono fiducioso: non credo che potrà mai annacquare l'ingegno umano. Eppure, prima o poi, pure si chiederà di generare un intero libro; qualcosa di simile ai grandi romanzi. Il Signore degli Anelli espresso in forma quantistica. Tutto avverrà in pochi istanti. Non privo di un'ottima coerenza interna. Ma la rosa è pur sempre lì. A proteggerci. Noi lettori, io credo, sapremo ben discernere: non è il prodotto finale, il libro - un libro; l'insieme delle pagine rilegate (giusto per dire: l'ho scritto...!) - ciò che amiamo leggere. Bensì il percorso di una vita. Talvolta, il cammino più che ventennale che c'è dietro ad ogni singola parola. Sì: nel libro. Come durante un pellegrinaggio. Non avrebbe senso, infatti, iniziare a muovere il primo passo, durante un pellegrinaggio, per giungere poi, subito dopo, immediatamente alla meta. La rosa, come la pietra, non si coglie. Non appassisce. Non si smuove. Nemmeno nel vento. Solo con l'immaginazione può essere presa. Chiuso il Libro, la rosa di Eco resta sempre lì; e così sarà nei secoli. Ferma. Per sempre. Fino alla fine. Nel verso immortale.      

 

Napoli, 3 giugno 2026.

   

Postilla.

Per le premesse fatto, quello che precede è stato scritto (naturalmente!) senza alcun uso dell'intelligenza artificiale. Eppure, mi si passi comunque l'ossessione: immagino che i moderni rilevatori di IA, prima o poi se ne approprino. Giudicando male. Chissà. Viviamo angosciati dalle bugie e dai complotti. Forse, dovrebbero essere maggiormente attendibili; e noi: più fiduciosi.

                  

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